Scrivo questa newsletter sdraiata sul letto del mio van dopo due giorni di arrampicata pazza (mi fanno male le dita lol) e appena tornata dalla Cina, questo vuol dire che ho rimesso il mio cül su un aereo, perché, bello ottobre a girare per le montagne coi miei amici nei weekend, ma io ho bisogno fisico e mentale di viaggiare, quindi…
👀 Sono stata in un paese non riconosciuto da nessuno
e cioè in Transnistria. O Pridnestrovie, per gli amici (?) sovietici.
Un territorio autoproclamatosi indipendente nel 1990, ma effettivamente non riconosciuto da nessuno stato al mondo.
PERCHÈ? Perché mi piacciono i posti strani, controversi e potenzialmente pericolosi. Insomma, quei posti in cui Viaggiare Sicuri ti dice di non mettere piede. Dopo tutto nel 2019 sono stata in Corea del Nord da sola, lol.
Per il lungo spiegone storico ti invito a cercare su internet, ma in sostanza l’autoproclamata Repubblica Moldava della Transnistria è un’entità separatista filorussa in un pezzo di terra chiuso tra la Moldavia orientale e l’Ucraina sud-occidentale, MOLTO vicino a Odessa. Hanno una loro moneta, un loro passaporto (col quale però possono viaggiare solo in Moldavia), il nostro internet non funziona quasi mai, non ci sono ambasciate, l’assicurazione sanitaria non copre e le varie comunità (moldava, russa e ucraina) convivono tranquillamente.
Mi è piaciuta? DA MATTI. Adoro tutto quello che ha il sapore sovietico, mi affascina il contrasto tra eleganza e brutalismo, vedere come venga applicato il modello socialista nella vita di tutti i giorni, perché la Transnistria è davvero l’ultima roccaforte dell’URSS. Qui ti rendi conto come poteva essere vivere in quegli anni, anche da un punto di vista architettonico, oltre che culturale.
Ti consiglio un libro che si intitola Educazione Siberiana, in cui l’autore racconta la sua crescita a Bender (una delle città principali della Transnistria) tra bande mafiose e criminali raccontando davvero tanto di lui e della sua vita.
Uno dice: fico! Sì, il libro è bello e mi è piaciuto parecchio, peccato che ci siano scritte una marea di balle! Ne parla anche la pagina Wikipedia sull’autore Nicolai Lilin.
Pare che una giornalista russa sia andata sul posto per raccogliere testimonianze che hanno poi smontato del tutto la narrazione dell’autore e di gran parte del romanzo. Io dei dubbi li ho avuti quando a inizio libro racconta che loro siberiani erano stati deportati in Transnistria, quando lo sappiamo tutti che era proprio in Siberia che venivano esiliati i criminali. Insomma lo chiamano “il delirio di un vaneggiatore” e un “fake memoir”, però se lo prendi come un romanzo di fiction (e non come fatti realmente accaduti e autobiografici) è piuttosto avvincente! Il libro non è mai stato tradotto in russo e Nicolai lo ha scritto in Italia e in italiano.
Se ti fossi pers* questo viaggio pazzerello puoi recuperarlo nelle storie in evidenza sul mio profilo Instagram.
⭐ Rimanendo in tema comunismo
sono inaspettatamente atterrata in Cina per qualche giorno per un lavoro con Trip.com. Il viaggio era incentrato sul promuovere la mia amata regione dello Yunnan, una zona nel profondo sud al confine con Tibet, Myanmar, Laos e Vietnam e quindi bella ricca di stupende contaminazioni e minoranze etniche. Ci avevo già viaggiato nel 2024 in occasione del mio compleanno e me ne ero innamorata follemente.
Come l’altra volta non ho visto mezzo turista occidentale, perché nonostante la Cina sia enorme, quindi piena zeppa di angoli da esplorare, la gente va sempre negli stessi quattro posti famosi. La noia.
Continuerò per sempre a far conoscere luoghi meno battuti e, spoiler, spesso pure più belli.
Comunque first reaction shock! mentre ero in Cina la premier giapponese Takaichi (ultraconservatrice e nazionalista) ha avuto la brillante idea, dopo nemmeno un mese al governo, di dire che, se la Cina dovesse davvero attaccare Taiwan, il suo paese non potrebbe restare a guardare perché la cosa metterebbe a rischio anche la sua sicurezza (per via della grade vicinanza col Giappone). Capirai! I cinesi si sono incavolati di brutto, accusando Tokyo di intromettersi in faccende che gli riguardano e chiedendo una ritrattazione delle parole della premier. Ma non solo: l’ambasciata cinese ha persino consigliato ai suoi cittadini di evitare viaggi in Giappone per non mettere a rischio la loro incolumità. Insomma, senza addentrarmi in territorio sconosciuto di geopolitica e diplomazia, per quanto io speri ogni giorno che la Cina non attacchi mai e poi mai il mio adorato Taiwan, penso che questa uscita sia stata del tutto fuori luogo e senza una reale motivazione, visto che non stava accadendo nulla di preoccupante per Taiwan. Soprattutto ci manca un’ennesima guerra, no dai.
🏄♂️ Per entrare nel mood del Grande Nord
(non ce n’è bisogno, sono sempre nel mood scandinavo), visto che finalmente torno in Norvegia tra pochi giorni, ho guardato un documentario pazzissimo che si chiama North of the sun.
È una roba autoprodotta da questi due ragazzi, Inge Wegge e Jorn Ranum, che passano nove mesi durante il buio e freddo inverno norvegese in una baia isolata delle Lofoten per surfare quel gelido mare nero dalla mattina alla sera. Si costruiscono una piccola cabin dove vivono, fatta con materiale di recupero portato dal mare e che trovano sulla spiaggia, lo raccolgono anche e lo riciclano ingaggiando un elicottero che se lo porta via.
Lo trovi su Netflix e se lo guarderai munisciti di copertina e qualcosa di caldo da bere, perché congelerai di riflesso.
È stato fico riconoscere la spiaggia dove hanno girato il film, uno dei posti che mi è piaciuto di più alle Lofoten (anche se è TUTTO meraviglioso). Ci eravamo arrivati con un hike e poi abbiamo fatto il bagno nudi in mare (era agosto, but still freddooo), poi siamo saliti ancora di più per vederla dall’alto e dopo siamo tornati al van attraversando un altro sentiero più lungo. Quel mese in cui ho girato la Norvegia col mio van è stato uno dei miei viaggi più memorabili. Ci penso spesso.
📚 Ultimamente leggo quasi solo roba di montagna
e a tal proposito ti consiglio uno degli ultimi libri che ho terminato: La via perfetta di Daniele Nardi.
Avevo guardato un documentario su di lui che si intitola Verso l’ignoto, in cui racconta il suo sogno di scalare lo sperone Mummery in stile alpino (uno stile di ascensione che non fa uso di portatori, corde fisse, bombole d’ossigeno, né campi preinstallati). Si tratta di una parete di ghiaccio verticale, che prende il nome da Albert Mummery, un alpinista austriaco, che fu il primo a tentare l’ascesa alla vetta del Nanga Parbat, un massiccio pachistano, nonché una delle quattordici montagne al mondo a superare gli ottomila metri di altezza.
Mi era piaciuto un sacco, soprattutto per l’entità dell’iniziativa (abbastanza assurda) e per la caparbietà di Daniele, quindi mi sono letta pure questo libro. Impazzisco per il fatto che il portarsi a casa questi progetti sia la ragione di vita di questi alpinisti, di come non riescano a mettere da parte il sogno davanti a difficoltà enormi, affetti o addirittura il rischio della propria vita. Un sentimento che forse per comprenderlo davvero bisogna essere un alpinista a quei livelli.
✨ Grazie per aver dedicato del tempo a leggere questa newsletter!
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OK CIAOOOO!! Al prossimo mese 👋🏼
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non viaggiare MAI senza l’assicurazione di viaggio (che non copre solo le questioni sanitarie, ma cancellazioni, annullamenti, perdita bagaglio e mille altri sbatti).
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il tuo reportage social sulla Transnistria mi è piaciuto tanto. Sempre grata dei posti che ci mostri dalla tua angolazione sempre curiosa e attenta.
Io non sapevo nulla di Taiwan e Cina e dopo il libro di Sant'EmilioMola son così 👀👀👀👀👀
Sempre bello leggerti Saraaaa ♡